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Pubblicato il 19 apr , 2013 in Animazione

La bottega dei suicidi

LabottegadeisuicidiLa crisi sembra senza fine, la città è un crogiuolo di persone sole, imbottigliate nel traffico, ogni cosa è oggetto di multa, persino il suicidio sulla strada pubblica, tutto è grigio e triste. Solo un luogo è ancora frequentatissimo, colorato e più vitale che mai: la bottega dei suicidi di Mishima Touvache e famiglia. Qui, tra corde, veleni, funghi letali e lamette affilate, ognuno può trovare il modo di scrivere con successo la dolce e rapida fine di una vita fallimentare. E gli affari vanno alla grande, almeno fino a quando Lucrèce Touvache non dà alla luce il suo terzogenito: un bambino che è l’incarnazione inaspettata della gioia di vivere.
Nonostante l’humour noir sia nato in Francia, dalle provocazioni surrealiste di Bréton, il luogo dove è cresciuto meglio è indubbiamente il suolo inglese, nella letteratura come al cinema. Il film di Patrice Leconte, suo malgrado, non fa che dimostrarlo.
La libertà espressiva concessa dalla tecnica animata è ben sfruttata: senza esagerazioni, il disegno alleggerisce le dinamiche più macabre e dà ritmo agli eventi all’occorrenza, specie quando il piccolo Alan decidere di scuotere le coscienze dei suoi famigliari e prende l’iniziativa alla lettera. Il tratto guarda invece all’immaginario visivo di Sylvain Chomet, il più amato ed esportato degli animatori francesi, senza però possederne la poesia dei dettagli né il romanticismo amaro. Anche le figurine grottesche di Burton sono senza alcun dubbio ben presenti nella mente di Leconte e collaboratori, ma la filosofia che muove i due registi non potrebbe essere più difforme. Basti pensare ai “diversi” burtoniani, figure solitarie, outsider loro malgrado, che non hanno paura di dialogare con l’aldilà e per questo appaiono strani e oscuri in un contesto di entusiasti di massa: qui, al contrario, la gente è delusa e sofferente, “andarsene” è una soluzione di moda e il diverso è il bimbo che sorride e non si perde d’animo. Troppo in breve, però, la black comedy, che per definizione dovrebbe avvolgere la sala nel malessere e suscitare il riso come un esorcismo, lascia il posto ad un elogio nemmeno troppo giustificato (narrativamente, s’intende) della bellezza di vivere e di fare le bolle di sapone. I teschi che in Burton sarebbero diventati simboli di un diritto all’individualità e di uno scomodo essere “contro”, finiscono per dar forma alle dolcissime crêpes dei Touvache e volume ai loro affari, mentre le tristi canzonette monocordi che non danno tregua al film cambiano di soggetto ma restano tristi allo stesso modo.
Modificando il finale rispetto al romanzo firmato da Jean Teulé, Leconte rivendica infine apertamente la volontà di cambiare radicalmente disegno alla favola dolceamara di partenza, ma sono troppe le lacune di sceneggiatura perché non ci si senta un po’ truffati. Tuttavia, a meno di non trapassare, nessuno si aspetti di venir rimborsato…
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  • Leonardo

    veramente bello